La settimana-tipo di chi ti sta accanto

•23 febbraio 2011 • 2 commenti
La domenica, da qualche anno in qua, per me inizia di lunedì.
Con il telefono che squilla, e la voce del mio ragazzo che, timidamente, tra una frase e l’altra ci infila in mezzo un “amore.. stasera c’è il posticipo.. te l’avevo detto?”.
Martedì. Giorno sfigato, lo hai già messo in conto. Costi quel che costi, c’è la Champions. Può venire giù il mondo, ma la Champions è sacra.
E allora ti armi di tutta la pazienza che hai, tu. In fondo la settimana è iniziata solo da due giorni, e ce ne sono ancora cinque avanti.
Fino a quando non scopri, il giorno dopo, che sei di nuovo al punto di prima: perché è mercoledì, ma il programma è lo stesso del giorno precedente: c’è da tifare contro l’Inter, non si può uscire di casa.
Giovedì. Giornata di Europa League. Che anche se la Vecchia Signora è uscita da un pezzo, il tuo ragazzo resta il solito cretino di sempre, e se ne rimane incollato lì, a un monitor da venti pollici di vecchia generazione, chiamandoti ogni cinque minuti per dirti che sì, la Juve ha fatto schifo.. “ma delle altre ne vogliamo parlare?”
Venerdì. E siamo all’anticipo. Anzi, all’anticipo dell’anticipo, per essere precisi.
E se non c’è l’anticipo.. sta pur sicura che gioca la squadra del paese, che sì, milita nella seconda categoria, ma che per spirito patriottico non puoi non seguire. In fondo è come se giocasse la nazionale.
E finalmente il sabato! Arrivi a casa del tuo fidanzato alle 6, e inizi a spingere per andare al centro commerciale.. Alle 8 meno dieci, lui è ancora in mutande, urlando a Del Neri di far entrare Del Piero.
Alle 21, finalmente, sei a tavola.
Hai la tua bella margherita col prosciutto avanti, le patatine sulla destra, e il bicchiere di Coca sulla sinistra. I tuoi sette chakra sembrano essere tornati tutti al loro originale equilibrio, e perfino la cameriera sembra gentile.
Tutto gira per il verso giusto, insomma, quando alle tue spalle, di colpo, si accende il video-proiettore, e tutto il ristorante scoppia in un boato al goal di testa di Hamsik.
Un “ce l’hooooooooooooooo” urlato con un tono di voce che ti fa credere che in sala ci sia Pavarotti, ti fa dubitare del fatto del se ti abbia detto la verità sul suo mestiere, perché a te sembra più tagliato per la lirica che per il pc, visti gli acuti che ti lancia contro.
E quando alle 23 sei più nera dell’Africa Nera, e minacci di lasciarlo.. Ecco che spegne la radio sui commenti post-partita e, candido, ti dice: “Amore.. Domani ti porto all’IKEA”.
La domenica mattina, alle 11.30, sei già sulla via del ritorno. Sei riuscita a malapena a comprare un servizio da sei, perchè passare il tempo chiusi in un negozio “è snervante”. E corri a 180 sull’autostrada, incurante di tutti gli autovelox, perché alle 12.30 c’è la partita.
Passi il pranzo a sentire un tg che parla di sciopero dei calciatori, per motivi contrattuali.
E pensi che quello che guadagnano in un mese loro, tu non lo guadagnerai neanche sommando 10 Win for Life e un paio di sei al superenalotto.
Provi a esternare questo pensiero tre volte. Ti viene risposto, nell’ordine:
“Scusa.. zitta un attimo che non ho capito..”
“Che ora è? E’ iniziata la partita?”
“Io a Ibra non ce l’ho messo.. Ho fatto bene secondo te?”
Alle 3 maledici tutti i calciatori di tutte le serie di tutti i tempi, perché fuori c’è il sole. Gli uccellini cantano nel cielo, i negozi sono aperti per gli acquisti pre-natalizi, ma il tuo problema più grande è confidare che segni Cavani e sperare, al suo goal, che si vada a festeggiare facendo una passeggiata all’aria aperta, come usano fare tutti i comuni mortali la domenica pomeriggio.
Te ne vai a dormire alle 10, mezz’ora prima della fine dell’ultima partita della giornata.
Non hai concluso niente, e il tuo servizio da sei di IKEA manca delle coppette da gelato.
Nella fretta di tornare a casa, evidentemente, non le hai prese.
Cavani alla fine ha fatto goal. Ma non è cambiato niente, perché un goal solo non basta. Ce ne vogliono di più, molti di più, per vincere il premio finale.
Ci hai mai pensato, poi, che il premio ce l’hai già a casa da tre anni, anche se non ha quattro ruote e un clacson, ma solo una grande, grandissima, infinita pazienza?

Appunti d’arredo

•29 marzo 2010 • 3 commenti

Casa dell’Architetto somiglia tanto a quelle case che se ne vedono solo sulle riviste.
Niente eccessi, niente ammenniccoli sparsi qua e là. Solo vuoti, a rimpire quell’ambiente pieno di aria pulita, che come ci entri ti verrebbe voglia di non uscirne più.
Un quadro rosso, lungo più o meno un paio di metri, se ne sta in bella vista sopra al divano. Mi incanto a guardaro, in silenzio, e penso che se potessi lo ruberei, senza rancori.
Casa dell’Architetto somiglia tanto a quelle case che se ne vedono solo sulle riviste. Unico neo, in quello spazio maledettamente perfetto, sua moglie e i suoi duecento chili, che si trascina lentamente da una stanza all’altra. (Che anche la perfezione, abbia sempre la sua nota stonata?)
Passo la mattinata a spostare idealmente un divano che non esiste. Riflettere sul fatto del se sia meglio tagliare carote sotto la finestra, o vicino a una parete di cartongesso, impressa solo in un progetto.
Non creo stanze, creo movimenti, dice deciso lui, d’un tratto.
E per un attimo, breve come il rintocco delle campane di San Lorenzo che si inceppano dopo il primo don, la testa si svuota di tutto. Niente più letti matrimoniali, camini a pellet, e asciugamani da comprare. Niente più piastrelle da scegliere, tappeti da guardare, spazi da riempire.
Solo una frase, di qualche anno prima, sussurrata contro di te che arredavi la tua casa per quel bambino in arrivo, che né tu, nè lei volevate.
(Tra l’altro.. Non è un giocattolo un bambino, te l’ho mai detto?)
Solo quella frase, nella mia mente, bisbigliata quel 10 di Febbraio, a uno studente in architettura, tanto estroso quanto incapace di vivere in quel mondo che gli stava troppo stretto.

Devi proprio riempire un appartamento, per non sentirti vuoto?

Le riviste dell’Architetto, ingombrano la Yaris come non mai. Come compiti a casa, devo mettere dei post-it rosa sulle pagine che mi piacciono.
Parcheggio la macchina davanti alla cartoleria, e scendo lentamente, portafogli alla mano.
Probabilmente non ti sarai mai laureato. Come architetto, lo so, non devi aver fatto tanto successo. Spero che come padre, poi, sia andata meglio.

Dei post-it rosa, per favore.

Colesterolo 214

•27 gennaio 2010 • 1 commento

Da quando le analisi hanno rivelato senza mezzi termini che ho il colesterolo alto, guardo più tv.
Se ne sta proprio là, il tapisroulant, piazzato davanti alla mia Philips del 1980, che tra un po’ dovrà cedere il passo ad un enorme schermo al plasma, con incorporato dentro il digitale terrestre.
Lo hanno detto qualche minuto fa, ho sentito bene. Se compri la tv nuova, il digitale è gratis.
E per una come me, che la tv la accende solo in punto di morte, che il digitale te lo regalino è una rottura di scatole di meno, penso mentre cammino svelta su quel cavolo di tappeto.

Non ce l’ho, io, la laurea in medicina.
Non ce l’ho, la laurea, eppure lo sapevo benissimo, del mio colesterolo.
Mangio tanta cioccolata, ultimamente.
Mangio tanta cioccolata, perchè mi fa stare bene, e stare bene mi fa sentire leggera anche se ingrasso.

Vaffanculo a te, e a tutte le tue cene aziendali.
Se ho il colesterolo alto, in fondo, è tutta colpa tua. Tua, e delle tue amichette dell’ufficio.
La prossima volta che entri senza di me in una pizzeria ti sputo in un occhio, fosse l’ultima cosa che faccio.
Devo per forza mangiare cioccolata, se mi pianti qui ogni maledetta sera, e il sabato te ne vai a vedere la Juventus. Finiremo al punto che, per vederci, dovrò prendere appuntamento con la tua segretaria, semmai ne avrai una.
Devo per forza. O mangio cioccolata, o ti lascio. Solo che questo le analisi del sangue non lo dicono. Dicono solo colesterolo 214. Punto.
Non “colesterolo 214, ma per colpa altrui”. No. Solo colesterolo, e poi 214.

Apro un pacco di PanDiStelle, e mando giù un paio di biscotti, quasi interi.
Penso a quando sopra a quel tappeto ci camminavo in previsione di entrare nel mio abito da sposa.
Un biscotto ancora, l’ultimo stavolta.

Che poi, sai, stasera non ce l’ho neanche più tutta questa voglia di sposarti.

21 Gennaio (giorno più, giorno meno)

•22 gennaio 2010 • Lascia un commento

La testa bagnata, zuppa di idee, puzza di quella fastidiosa crema ristrutturante messa poco prima. Questa giornata casalinga, fatta di pantofole e thè alla vaniglia, non vuole saperne di finire.
Inseguita da libri, numeri e parole, mi ripeto incessante che quando stai così male da non aver neanche la forza di alzarti dal letto, ed andare al pronto soccorso, allora non ti resta che ripetere l’esame di diritto Commerciale come si fa con il Padre Nostro, e sperare che l’ora di andare a dormire arrivi prima possibile. (E che tu possa infilarti sotto le tue coperte rosa shoking senza che il cuore continui a battere il suo tam tam a quel ritmo da galera).

L’antidolorifico fa un eclatante tuffo nel bicchiere pieno d’acqua. Impeccabile perpendicolarità. Se fosse stata un’Olimpiade, un 9.50 non glielo avrebbe tolto nessuno.

Guardo mia madre che mi toglie il quaderno degli appunti dalle mani.

Adesso ti riposi tesoro. Non voglio sentire storie.

Con la mano sul cuore, ascolto quella strana musica rap che mi viene da dentro.

Le mani di mia madre, sui capelli, mi calmano.

Profumano di Vaniglia Ely, che buon odore..

E’ il thè mamma. E’ il thè, non i capelli. I capelli puzzano di crema.

Ma, questo, non faccio in tempo a dirglielo.

I miei occhi cedono, e io con loro.

Ricordo solo la sua voce e il suo maglione.

Era Liu Jo.

Cecilia

•15 gennaio 2010 • 4 commenti

Cecilia ha due manine piccole così, chiuse strette strette a pugno, come se stesse sull’attenti. Che se fossero di zucchero, a costo di prendere il diabete, te le mangeresti senza pensarci su.
Respira piano senza far rumore, ma non ha la più pallida idea di chi sia Vasco Rossi. Piange ad un ritmo meravigliosamente andante, ma non conosce musica.
Apre gli occhi ogni tanto, e ride. Poi li richiude lenta, e torna nel suo mondo d’ovatta.
A proposito, cosa vedi quando sogni?
E’ l’eccezione alla regola, Cecilia. La fontana in fondo al viale, che vedi all’improvviso sotto il sole di ferragosto, quando ormai non ci speravi più.
E’ lo schiaffo morale al tumore al cervello di Scoglio, presentatosi appena pochi giorni dopo l’inizio del 2010, quando ormai stai già pensando che anche quest’anno non ti riserverà niente di buono.
Deve per forza essere lei, il regalo del nuovo anno, ripresosi dopo una brusca caduta. Senza fiocco nè carta regalo, ma deve essere lei.

Infilo i guanti e avvolgo la sciarpa di lana spessa fin sopra al naso. La Yaris, ferma ormai da quasi un’ora davanti all’ospedale, è fredda come se l’avessi parcheggiata al Polo.
Respiro e penso lenta a come deve essere avere un bambino. L’aria, gelida, probabilmente mi sta congelando anche gli ultimi neuroni rimasti in vita.
Respiro e penso a lei. A come deve essere avere una Cecilia, che piange di continuo e non ti fa chiudere occhio la notte.
Che poi, visti i miei standard di sonno, nei miei confronti, in fondo, non farebbe neanche tanti danni.

Penso a Scoglio e a Cecilia.
A quando abbiamo fatto l’amore nella vasca da bagno dell’albergo, il primo dell’anno. Quella fantastica vasca col la luce blu, che appena ci entri dentro, ti sembra di essere nel set di un film. A quanto ho desiderato forte che le cose migliorassero, mentre l’acqua mi scorreva calda addosso, ustionandomi la pelle.
Devi avermi ascoltata solo a metà evidentemente Dio.

Grazie.
Io m’accontentavo anche d’un quarto.

Benvenuto, raggio di sole, 
in questa terra di terra e sassi…

Ti vorrei sollevare

•26 novembre 2009 • 3 commenti

Devi farmi male, la musica.
Deve per forza farmi male, altra spiegazione plausibile a questo punto non c’è, ormai è chiaro.
M’è arrivata addosso come una sassata, quella canzone. Come una sassata in pieno viso, dopo che ti sei truccata per due ore e pensi che niente ti potrà portare via la tua maschera di fondotinta e phard.
L’ho sempre saputo, che il mondo dà un’impressione diversa quando alzi il sonoro. Che i bisbigli, quelli sussurrati negli angoli nascosti, prendono pieno ritmo se gli dai voce e li fai uscir fuori.
L’ho sempre saputo, evidentemente. Ma, forse, non c’ero preparata.
E per una che, come me, tiene lo stereo al massimo e balla a piedi scalzi sul pavimento freddo, non c’è stato niente da festeggiare.

M’è tornato in mente di quella cena, un anno fa.
Seduti in venti intorno a quel tavolino, con a destra Michele e a sinistra Stefano. Doveva già risuonarmi nella testa, quella canzone, anche se non esisteva ancora.
Doveva già risuonarmi nella testa, perchè oggi, ascoltandola, ho pianto proprio come allora, chiusa nel bagno e pregando Dio di tornare a casa il più presto possibile.
Una margherita senza mozzarella io, un filetto di angus Emanuela.
Michele la solita pizza con la bresaola, Simone sbrancia e prende una fiorentina.
Roberto, nonostante abbia chiesto a Pamela di scegliere per lui, boccia puntualmente ogni sua proposta.
Si parla di pallavolo, di appezzamenti di terra da comprare in Venezuela, di immigrazione clandestina.
Alessandro, probabilmente, andrà a giocare a Montichiari. Hoberta, invece, pensa solo al suo Brasile.
Poi, all’improvviso, quella frase, dritta dritta su di lui.. Ma se lo sanno tutti, che sabato scorso hai passato un’ora a fissare la tua ex.. Me lo ha detto Penny, lo dicevano tutti.
Deglutisco, a fatica, un pezzo di pizza che non vuole andare nè giù nè su. Lo vomiterei nel piatto se potessi, ma se ne sta lì, fermo nella mia gola, e non vuole muoversi.
Torno velocemente indietro di una settimana, a quando mi tenevi abbracciata davanti a quel locale. A tutti i miei sono stanca, andiamo a casa. Ai tuoi sono stanco pure io, ma la macchina ce l’ha Daniele.
Penso a te, a quanto mi tenevi stretta per non farmi sentire freddo. Possibile che abbracciavi me e guardavi lei?
Lei che per forza doveva essere più bella, più magra, più intelligente, più truccata (o forse meno?), più ricca, più carina, più tutto.
Sicuramente era meglio, lei, vero? Vero? Mi rispondi, mi rispondi Cristo?

Si fa dolorante, la mia gola, come quando stai per piangere e non vuoi.
Mi alzo e vado in bagno, mentre tutti ridono per l’ennesima stronzata detta da Roberto, che sostiene di essere il più bel ragazzo del pianeta.
Appoggiata con la mano alle piastrelle bianche, piango così tanto che le lacrime mi sporcano di mascara gli stivali in cuoio.
Mi avvicino allo specchio, mi guardo.
Con un viso così, deve per forza aver guardato un’altra.. Guarda che faccia che c’hai..
Mi siedo di nuovo al mio posto, cinque minuti dopo. Con qualche chilo di cipria in più attorno agli occhi, e qualche litro di meno di acqua in corpo.
Eli, ma che stai male? sussurra Michele, che non ha capito niente.
Uomini.
No, non sto male, zitto.
Ma stai male? Che è successo?
No, non sto male, zitto. Zitto. Lo capisci cosa vuol dire zitto? Ecco, zitto.

Stefano, nel frattempo, mi guarda.
Giralo il menù Eli, se lo leggi sottosopra poi s’accorgono.. mi dice con la sua solita dolcezza.
Sorrido ammiccando con la testa. L’unica cosa bella della serata, Stefano.
Non è sicuramente vero, continua incalzante. Roberto delira. Se stava con te, pensava a te, non dargli retta.
Senza consultarmi per niente, poi, ordina due tiramisù. Almeno eviti di parlare, ma smetti di piangere, con quegli occhi lucidi non ti si può vedere, dice dopo avermi dato un pizzicotto.

Litighiamo, furiosamente, sul parcheggio del bar.
O forse io strillo e tu cerchi di calmarmi.
Pensavo stessi male Ely, non che te la fossi presa per quella stronzata, ancora gli dai retta quando parla?
….
Ma se sono due anni che non la vedo!
….
Ma poi lui che ne sa, che neanche c’era?
….
Ho pure cancellato il numero, se volevo la chiamavo no?

Non l’ho mai capito se lei sia più bella, più magra, più intelligente, più truccata, più ricca, più carina, più tutto. Non l’ho mai capito perchè non l’ho mai vista e, perchè, in fondo, non m’è mai interessato più di tanto.
Ma stamattina, sentendo quella canzone, poi ho pianto lo stesso. 
Per quanto sono stata stupida quella sera, per aver permesso a uno che non ne sapeva niente di distruggermi.

Alzo lo stereo a tutto volume, mi tolgo i calzini e ballo.
Il pavimento sporco di mascara, tanto, si può pulire.
Gli stivali, invece, li ho buttati.

Mi hai lasciato senza parole
come una primavera
e questo è un raggio di luce
un pensiero che si riempe
di te

Pregasi non spostare niente, opera d’arte in corso

•21 novembre 2009 • 6 commenti

Per quanto io la Fisica l’abbia sempre capita  poco, una cosa sembra essersi stampata nel mio cervello in modo indelebile. Se ne sta lì, da qualche anno, e torna a galla nei momenti più impensati.
Ero in camera, ieri sera. Ero in camera quando sarei già dovuta essere in pizzeria da almeno mezz’ora.
La gonna no perchè è freddo, il foulard si macchia, i pantaloni sono troppo neri, i jeans troppo jeans, le ballerine troppo eleganti. I cerchietti non vanno più di moda, la sciarpa è da vecchi, la felpa.. cavolo ma ho ancora sta felpa? Devo ricordarmi di metterla nell’humana, domani.
Devo aver pensato questo, dritta come un palo davanti allo specchio, pronta a scartare qualsiasi cosa, e a riposizionarla, in perfetto disordine, sopra al letto.
Lo aveva detto senza mezzi termini, in fondo, la professoressa.
La seconda legge della termodinamica dice che tutto tende al caos, perchè tutto tende ad impiegare la minor quantità di energia possibile. Rimanere in uno stato di ordine, in pratica, sarebbe troppo dispendioso.
E mi sono ricordata di quando si era permessa di dirmi che io, la termodinamica, non la capivo proprio.
Che non capivo la termodinamica, io.
Io, proprio io che nel mio disordine ci vivo, e ci vivo bene. Che lego i capelli con la matita e mi infilo le mutande al contrario, perchè ancora penso che porti fortuna.
Io che sul comodino ho una pila di libri scelti tutti in base alla copertina, e una manciata di orecchini spaiati sparsi qua e là. Io, che quando apro l’armadio di Rossana inorridisco nel vedere che tutto è sistemato in ordine di colore, che verso il latte sempre fuori dalla tazza, e che la maggiorparte delle volte riesco quasi a strozzarmi mettendomi una sciarpa.
Come si può? Come? Come hai fatto a dirmi che non capivo la termodinamica, pezzo di una scema? Tu e il tuo registro perfetto, tu e i tuoi capelli, perfetti anche quelli. Mai una sbavatura di rossetto, mai un’assenza in cinque anni, mai nulla fuori dalle righe.
Come fai, tu, a venire a dire a me che non capisco cosa sia lo stato di disordine di un sistema, quando il sistema sono sempre stata io, eh?

Gonna a vita alta, e camicetta bianca, spengo la luce e faccio di fretta le scale. Cinquanta minuti di ritardo, in fondo, non è il migliore dei miei record.
Quando torno a casa, la pila di panni è ancora lì sul mio letto, proprio come l’avevo lasciata. Levo il pezzo di carta infilzato sulla matita a mo’ di cartello, e lo appiccico con una pallina di patafix sulla porta. “Pregasi non spostare niente, opera d’arte in corso”.