Ti vorrei sollevare

•26 Novembre 2009 • 3 Commenti

Devi farmi male, la musica.
Deve per forza farmi male, altra spiegazione plausibile a questo punto non c’è, ormai è chiaro.
M’è arrivata addosso come una sassata, quella canzone. Come una sassata in pieno viso, dopo che ti sei truccata per due ore e pensi che niente ti potrà portare via la tua maschera di fondotinta e phard.
L’ho sempre saputo, che il mondo dà un’impressione diversa quando alzi il sonoro. Che i bisbigli, quelli sussurrati negli angoli nascosti, prendono pieno ritmo se gli dai voce e li fai uscir fuori.
L’ho sempre saputo, evidentemente. Ma, forse, non c’ero preparata.
E per una che, come me, tiene lo stereo al massimo e balla a piedi scalzi sul pavimento freddo, non c’è stato niente da festeggiare.

M’è tornato in mente di quella cena, un anno fa.
Seduti in venti intorno a quel tavolino, con a destra Michele e a sinistra Stefano. Doveva già risuonarmi nella testa, quella canzone, anche se non esisteva ancora.
Doveva già risuonarmi nella testa, perchè oggi, ascoltandola, ho pianto proprio come allora, chiusa nel bagno e pregando Dio di tornare a casa il più presto possibile.
Una margherita senza mozzarella io, un filetto di angus Emanuela.
Michele la solita pizza con la bresaola, Simone sbrancia e prende una fiorentina.
Roberto, nonostante abbia chiesto a Pamela di scegliere per lui, boccia puntualmente ogni sua proposta.
Si parla di pallavolo, di appezzamenti di terra da comprare in Venezuela, di immigrazione clandestina.
Alessandro, probabilmente, andrà a giocare a Montichiari. Hoberta, invece, pensa solo al suo Brasile.
Poi, all’improvviso, quella frase, dritta dritta su di lui.. Ma se lo sanno tutti, che sabato scorso hai passato un’ora a fissare la tua ex.. Me lo ha detto Penny, lo dicevano tutti.
Deglutisco, a fatica, un pezzo di pizza che non vuole andare nè giù nè su. Lo vomiterei nel piatto se potessi, ma se ne sta lì, fermo nella mia gola, e non vuole muoversi.
Torno velocemente indietro di una settimana, a quando mi tenevi abbracciata davanti a quel locale. A tutti i miei sono stanca, andiamo a casa. Ai tuoi sono stanco pure io, ma la macchina ce l’ha Daniele.
Penso a te, a quanto mi tenevi stretta per non farmi sentire freddo. Possibile che abbracciavi me e guardavi lei?
Lei che per forza doveva essere più bella, più magra, più intelligente, più truccata (o forse meno?), più ricca, più carina, più tutto.
Sicuramente era meglio, lei, vero? Vero? Mi rispondi, mi rispondi Cristo?

Si fa dolorante, la mia gola, come quando stai per piangere e non vuoi.
Mi alzo e vado in bagno, mentre tutti ridono per l’ennesima stronzata detta da Roberto, che sostiene di essere il più bel ragazzo del pianeta.
Appoggiata con la mano alle piastrelle bianche, piango così tanto che le lacrime mi sporcano di mascara gli stivali in cuoio.
Mi avvicino allo specchio, mi guardo.
Con un viso così, deve per forza aver guardato un’altra.. Guarda che faccia che c’hai..
Mi siedo di nuovo al mio posto, cinque minuti dopo. Con qualche chilo di cipria in più attorno agli occhi, e qualche litro di meno di acqua in corpo.
Eli, ma che stai male? sussurra Michele, che non ha capito niente.
Uomini.
No, non sto male, zitto.
Ma stai male? Che è successo?
No, non sto male, zitto. Zitto. Lo capisci cosa vuol dire zitto? Ecco, zitto.

Stefano, nel frattempo, mi guarda.
Giralo il menù Eli, se lo leggi sottosopra poi s’accorgono.. mi dice con la sua solita dolcezza.
Sorrido ammiccando con la testa. L’unica cosa bella della serata, Stefano.
Non è sicuramente vero, continua incalzante. Roberto delira. Se stava con te, pensava a te, non dargli retta.
Senza consultarmi per niente, poi, ordina due tiramisù. Almeno eviti di parlare, ma smetti di piangere, con quegli occhi lucidi non ti si può vedere, dice dopo avermi dato un pizzicotto.

Litighiamo, furiosamente, sul parcheggio del bar.
O forse io strillo e tu cerchi di calmarmi.
Pensavo stessi male Ely, non che te la fossi presa per quella stronzata, ancora gli dai retta quando parla?
….
Ma se sono due anni che non la vedo!
….
Ma poi lui che ne sa, che neanche c’era?
….
Ho pure cancellato il numero, se volevo la chiamavo no?

Non l’ho mai capito se lei sia più bella, più magra, più intelligente, più truccata, più ricca, più carina, più tutto. Non l’ho mai capito perchè non l’ho mai vista e, perchè, in fondo, non m’è mai interessato più di tanto.
Ma stamattina, sentendo quella canzone, poi ho pianto lo stesso. 
Per quanto sono stata stupida quella sera, per aver permesso a uno che non ne sapeva niente di distruggermi.

Alzo lo stereo a tutto volume, mi tolgo i calzini e ballo.
Il pavimento sporco di mascara, tanto, si può pulire.
Gli stivali, invece, li ho buttati.

Mi hai lasciato senza parole
come una primavera
e questo è un raggio di luce
un pensiero che si riempe
di te

Pregasi non spostare niente, opera d’arte in corso

•21 Novembre 2009 • 5 Commenti

Per quanto io la Fisica l’abbia sempre capita  poco, una cosa sembra essersi stampata nel mio cervello in modo indelebile. Se ne sta lì, da qualche anno, e torna a galla nei momenti più impensati.
Ero in camera, ieri sera. Ero in camera quando sarei già dovuta essere in pizzeria da almeno mezz’ora.
La gonna no perchè è freddo, il foulard si macchia, i pantaloni sono troppo neri, i jeans troppo jeans, le ballerine troppo eleganti. I cerchietti non vanno più di moda, la sciarpa è da vecchi, la felpa.. cavolo ma ho ancora sta felpa? Devo ricordarmi di metterla nell’humana, domani.
Devo aver pensato questo, dritta come un palo davanti allo specchio, pronta a scartare qualsiasi cosa, e a riposizionarla, in perfetto disordine, sopra al letto.
Lo aveva detto senza mezzi termini, in fondo, la professoressa.
La seconda legge della termodinamica dice che tutto tende al caos, perchè tutto tende ad impiegare la minor quantità di energia possibile. Rimanere in uno stato di ordine, in pratica, sarebbe troppo dispendioso.
E mi sono ricordata di quando si era permessa di dirmi che io, la termodinamica, non la capivo proprio.
Che non capivo la termodinamica, io.
Io, proprio io che nel mio disordine ci vivo, e ci vivo bene. Che lego i capelli con la matita e mi infilo le mutande al contrario, perchè ancora penso che porti fortuna.
Io che sul comodino ho una pila di libri scelti tutti in base alla copertina, e una manciata di orecchini spaiati sparsi qua e là. Io, che quando apro l’armadio di Rossana inorridisco nel vedere che tutto è sistemato in ordine di colore, che verso il latte sempre fuori dalla tazza, e che la maggiorparte delle volte riesco quasi a strozzarmi mettendomi una sciarpa.
Come si può? Come? Come hai fatto a dirmi che non capivo la termodinamica, pezzo di una scema? Tu e il tuo registro perfetto, tu e i tuoi capelli, perfetti anche quelli. Mai una sbavatura di rossetto, mai un’assenza in cinque anni, mai nulla fuori dalle righe.
Come fai, tu, a venire a dire a me che non capisco cosa sia lo stato di disordine di un sistema, quando il sistema sono sempre stata io, eh?

Gonna a vita alta, e camicetta bianca, spengo la luce e faccio di fretta le scale. Cinquanta minuti di ritardo, in fondo, non è il migliore dei miei record.
Quando torno a casa, la pila di panni è ancora lì sul mio letto, proprio come l’avevo lasciata. Levo il pezzo di carta infilzato sulla matita a mo’ di cartello, e lo appiccico con una pallina di patafix sulla porta. “Pregasi non spostare niente, opera d’arte in corso”. 

Figaro

•12 Novembre 2009 • 3 Commenti

Ha un anno, Figaro, e ad un anno cammina già dritto dritto come un Lord inglese. Non inciampa mai, mai una volta che perda l’equilibrio. Perfettamente a suo agio in ogni situazione, se ne va in giro come se si trovasse alla corte della regina d’Inghilterra.
Il pelo rosso pettinato all’indietro profuma di Chanel Allure. Il collarino, in cuoio, sembra non dargli fastidio.
Vive in un castello, Figaro. Un castello rosa, di quelli che solo nelle fiabe se ne vedono, che si trova proprio sotto al mio lettino.
Con dieci camere, le cucine, la sala da ballo e perfino le segrete.
Non caccia topi e non beve latte, Figaro. Mangia solo cose rosa, e studia Filosofia per la maggiorparte del tempo.
Viaggia, cucina ricette light e parla francese molto meglio di quanto non faccia un parigino stesso.
E va a teatro alla Scala di Milano guidando una Mito rosso fuoco, perchè prendere il treno un po’ lo annoia.
Chiama il taxi come Audrey, mettendosi le zampe nella bocca, e fischiando più forte che può. Ed è goloso di frappè, ma solo se alla Fragola.
Prenota viaggi on line, organizza mostre, gioca a Poker.
E’ un gatto d’altri tempi, Figaro. Uno di quelli che solo in pochi hanno la fortuna di incontrare.
Me ne stavo in lacrime davanti alla stufa, la prima volta che l’ho visto. In lacrime e pigiama, pregando Dio che i miei tornassero al più presto.
Mi si è avvicinato, con aria charmante, porgendomi due tartine ai carciofi appena fatte.
E, da allora, non mi ha più lasciata.
C’era il giorno in cui mio padre stava per morire, e il giorno in cui Alessandra se ne è andata all’università.
Era lì con me, quando il terremoto sembrava che volesse buttar giù casa (e il suo castello), e quando le stanze risuonavano così a vuoto che il silenzio avrebbe spaventato perfino i fantasmi.
Figaro che inaugura un centro benessere, Figaro che apre un account su Facebook, Figaro che compra una maglietta in cashmere, perchè pensa che la lana della Benetton sia di qualità scadente.
Di continuo, nella mia testa, sempre lui. Il protagonista di nuove storie, di nuove fantasie, di nuovi deliri che nessuno con un po’ di sale nella zucca potrebbe capire.
Quando sei sempre sola tutto il giorno, se non inventi qualcosa poi muori, questo è sicuro.
E visto che un gatto in casa fa troppi danni, Elisabetta, ho pensato che se lo avessi avuto in testa, il gatto, al massimo l’unico danno che avrebbe potuto fare sarebbe stato quello di essere scambiata per una folle.
Ma se mi chiedete di salutarvelo, beh, per ora non vi posso accontentare. Il suo cellulare, dall’altro lato del mondo, non prende.
Ma ha promesso di riportarmi l’autografo di Jhonny Depp, quando tornerà dal set di Pirati dei Caraibi.. Qualcuno che vuole favorire?

Miss chocolate

•5 Ottobre 2009 • 7 Commenti

Sono cioccolata-dipendente, deve essere per forza così.
Ho mangiato nell’ordine, e senza sentirmi affatto in colpa, un Kinder Cereali, mezzo barattolo di gelato al bacio, una stecca di Loacker alla nocciola, un frappè alla Nutella, un altro Kinder Cereali, e tre Abbracci del Mulino Bianco (dando al cane la parte chiara).
Sono cioccolata dipendente, altre spiegazioni non le accetto.
Nessun essere umano in condizioni psicologiche normali sarebbe capace di mandare giù cinquemila calorie in meno di mezza giornata.
Non è perchè mia sorella è partita, né perchè l’esame di diritto commerciale è di una pesantezza unica.
E non c’entra niente nemmeno il fatto che non ti vedo da due giorni.
La colpa non è di nonna che mi strilla contro di continuo che di lei non me ne frega niente.
E neanche del tizio di Infostrada, che m’ha tenuto due ore al telefono per convincermi a disdire il canone Telecom.
Non è di nessuno, la colpa.
Il mondo, fuori, probabilmente gira bene. Sono io che cammino sempre nel verso sbagliato.

27 Settembre, due anni dopo

•27 Settembre 2009 • 4 Commenti

27 Settembre, anno del Signore 2007.
In ritardo come al solito, esco di casa alle 21.30 con la luna che pende storta sopra la mia testa già dalla mattina.
La Yaris ha da poco compiuto un anno. La giacca Benetton di mia madre, in lanacotta nera, è meno calda di quanto pensassi per quell’autunno arrivato troppo presto.
Alla radio, solo interventi sulla morte di Pavarotti.

Guido piano sulla strada vuota, il 27 Settembre di due anni fa.
Direzione parcheggio del Sosty, nella mia mente solo le urla disperate di mia sorella.
Smettitela con questa storia Elisabetta.. O giuro che nel 2008 me ne vado in vacanza.
Pronuncia il mio nome per intero, mia sorella, scandendo sillaba per sillaba.
E-LI-SA-BET-TA. Deve aver detto proprio così. Elisabetta.
Eccomi qua. Sono io, sono io Elisabetta. Mea culpa.
Io quella che pronuncia discorsi insensati, io quella che fa di tutta l’erba un fascio, io quella con un carattere difficile da capire, forse troppo banale.
Ma nessun Pesci vede mai le sfumature: o è bianco o è nero. O ama o odia. E il 27 Settembre, io, l’ho sempre odiato.
Ci ho messo sopra una X grossa così, dopo che Valentina se ne era andata per quello che doveva essere l’amore della sua vita, e che invece era durato meno di una stagione di Grey’s Anatomy.
27 Settembre, il giorno del suo compleanno.
Ma quando dieci anni di amicizia vengono buttati dalla finestra in qualche secondo, succeda quel che succeda, ti senti comunque parte integrante di un fallimento. E reagisci (male).
C’era qualcosa che non andava, evidentemente.
C’era qualcosa che non andava, tra me e te, Vale. 
Possibile che io non l’abbia mai capito?
Possibile che una controfigura mi abbia rimpiazzato senza diritto di replica, eh?

27 Settembre 2007.
Appoggiato alla portiera della macchina, un ragazzo con una Lacoste nera spegne una sigaretta buttandola a terra, e ci pista sopra.
Nel mio telefono, solo chiamate perse del mio ex.
Nella mia testa, solo Valentina, e il giorno del suo compleanno.
Sorrido divertita, pensando che da quel giorno, non potrà mai venir fuori niente di buono.
Sorrido divertita e  decido di fidarmi di quello che sarà l’ennesimo dei fallimenti.
Chiudo la Yaris.
Faccio due passi.
Torno indietro.
La riapro: ho dimenticato la borsa.
Chiudo di nuovo. Cammino decisa.

Piacere, Michele.

Per tutte le volte che mi hai fatto ridere. E per quelle (poche) in cui mi hai fatto piangere.
Per ogni insicurezza ascoltata, ogni problema capito, ogni dubbio risolto.
Per i panini al Mc Donald’s la domenica mattina, e per tutti i succhi di frutta di mia madre, mandati giù a fatica per non essere scortese.
Per le migliaia di canzoni di Ligabue che mi hai cantato, anche quando la gola non ti reggeva più. E per il mio pc, aggiustato senza mai un lamento, anche quando i tuoi occhi erano stremati dopo una settimana di lavoro.
Per quelle telefonate, lunghe ore, a parlare di Winx e di Juventus.
Per tutti i sono grassa, sono brutta, sono scema, ascoltati e poi riposti nel cassetto.
Per ogni volta che mi hai sorriso, anche quando c’era poco da stare allegri. Per ogni volta che mi hai abbracciato, quando avrei voluto volare via lontano.
Per tutti i negozi di Swarovski in cui ti ho fatto entrare, e i discorsi sul punto croce che hai cercato di comprendere.
Per ogni volta che hai guardato film al posto mio, dicendomi quando potevo aprire gli occhi. E per tutti i cartoni animati, in cui non hai trovato un senso logico, che abbiamo visto abbracciati sul tuo letto.
Per i minuti di ritardo, tutti miei, ad aspettarmi davanti al bar.
Per tutte le volte in cui ti sei fidato, anche quando non capivi.
Per non avermi lasciato neanche un secondo, quando mio padre stava per morire. E per essere restato ad ascoltarmi, quando urlavo che se fosse morto saremmo stati tutti meglio.
Perchè non te la prendi se non so mangiare senza sporcarmi, se non so stare seria più di cinque minuti, se passo ore a parlare di amici immaginari.

Per ogni volta che mi hai teso la mano, perchè avevo paura di cadere.
E per ogni volta che mi hai rialzato, quando ero già finita a terra.
Per questi due anni insieme, amore mio. Grazie. Di tutto.
Eli

Anna Glamour Style

•22 Settembre 2009 • 3 Commenti

L’altro giorno ho tagliato i capelli.
Mi sono alzata, ho rifatto il letto, ed ho mangiato gli ultimi tre Ringo al cioccolato della confezione.
Poi, sfogliando Glamour in attesa che mi venisse voglia di aprire il libro di Diritto Commerciale, ho concluso che Paris Hilton, in fondo, non aveva tutti i torti.
Meglio cambiare.

Il salone di Anna profuma di essenza alla vaniglia.
Intensa, forte, malinconica vaniglia. La senti da quando spingi leggera il portone, pregando Dio di farti uscire di là nel minor numero di ore possibili.
Ma quando Anna, avvolta in un vestito fucsia che lascia scoperte solo le caviglie grasse, ti apre la porta ondeggiando sopra dieci centimetri di scarpe col tacco e ti abbraccia, sai già che dovrai prenderti il pomeriggio libero. Nessuna parucchiera andrebbe mai conciata in quel modo, se si limitasse solo a fare i capelli.
Mi guarda e mi dice che sono dimagrita, Anna.
Nego.
Insiste.
Nego ancora.
Tesoro.. Guarda che ti peso! risponde sorridente piazzando una bilancia a forma di cuore al centro del negozio.. Sali.
Sessantadue,
dico divertita guardando l’ultima trovata di quella donna che potrebbe essere l’attrice protagonista di uno dei film di Verdone: proprio vicino a quei numeri, la scritta “Anna Glamour Style” spadroneggia a caratteri cubitali.
Bene bene, sessantadue.. quindi sei dimagrita vedi! Poi una pausa. A proposito quanto pesavi?
Passano ben cinquanta minuti prima che io riesca a sedermi davanti a uno specchio. Le ultime novità del salone hanno la precedenza su ogni cosa, perfino sui capelli.
Così cammino davanti a una parete nera riempita di vetri rotti che porta dritta dritta ad una vetrina di bracciali, collane, e roba che brilla.
Mi provo tutti gli ultimi smalti, un colore per unghia.
Guardo la nuova poltrona lavatesta che ti massaggia la schiena, e il fornetto a microonde che non cucina ma scalda coperte per le clienti freddolose.
Sfoglio veloce un album di foto che la raffigura e che sembra non finire mai.
Rimedio anche un invito a cena da una sconosciuta, ma declino gentilmente.
Poi, stremata, mi siedo.

Continua a parlare Anna. Mentre le sue assistenti hanno già mandato a casa la bellezza di dieci persone, lei è ferma ancora a quota zero.
Racconta della festa con il presidente della provincia, mentre mi taglia i capelli asciutti. (Possibile che non se ne sia accorta?)
Tenta di farmi comprare una maglia con una miriade di swarovski che pubblicizza il suo salone. Sai.. quest’anno va tanto, dice seria come se stesse guardando l’ultimo abito di Kenzo.
Mi chiede se voglio farle da modella per un calendario. Rido. Rido di gusto, come non ridevo da anni. Se accettasi, visti i suoi tempi, dovrei passare le prossime tre vite a fare foto. Rifiuto.

Esco alle quattro, dal salone di Anna.
Con un nuovo taglio, un nuovo colore, una nuova collana, e perfino un nuovo umore. Quei discorsi sul niente mi hanno messo allegria.
Proprio vicino alla Yaris, nel caos di un qualunque pomeriggio in Via Roma, incontro mio cugino.
-Ciao Lory.. come stai? dico facendogli un cenno con la mano.
-Io bene. Tu piuttosto.. Da quando vai in giro con uno smalto di dieci colori diversi? risponde lui, divertito per la scena, alludendo alle mie unghie.
Arrossisco, e scoppio a ridere. Tra tutta quelle parole, Anna deve aver scordato il significato del termine acetone.

Pagina 323

•17 Settembre 2009 • 3 Commenti

Biblioteca di casa mia, nove di mattina.
Scotch in mano e block notes poggiato a terra, faccio l’inventario di tutti i libri che ho studiato e che non voglio più vedere in giro.
Anno dopo anno, pagina dopo pagina, impilo ogni volume in religioso silenzio. Da quando ho deciso di diventare ordinata, cancellare la scuola dai miei ricordi è diventata la priorità.
Italiano nello scatolone insieme a Filosofia, Matematica e Fisica direttamente nella carta da riciclare.
Visto mai che un giorno queste pagine verranno trasformate in qualcosa di utile, dico a mia sorella che ride divertita.
Ramazzotti, al mio pc, canta a piena voce una canzone che mi ha sempre fatto impazzire.
Ti va di farci dei cuori con gli appunti di chimica? dico ad Alessandra che mi guarda con un espressione a metà tra lo sconcerto e l’allegria.
Perfino i suoi occhi dolci, per un attimo, si illuminano di un po’ di trasgressione.
Prova, le dico strappando la prima pagina. E’ liberatorio, t’assicuro.
Sedute sul cotto, tra milioni di nozioni che abbiamo scordato, ed altrettante che non immaginiamo neanche di ricordare, facciamo volare una ventina di aeroplanini.

Siamo ancora lì, due ore dopo, alle prese con immagini passate che si succedono incessanti l’una dietro l’altra.
Una frase scritta a matita a bordo pagina. Un disegno sbiadito. Una margherita senza due petali nel vocabolario di Latino.
Religione nello scatolone, i testi sacri non si buttano, dice lei.
Inglese e quella stronza della professoressa, invece, possono andarsene direttamente a quel paese strillo io correndo verso la terrazza. Pochi secondi, e il suo maledetto enghish book vola dritto dritto sul prato di casa mia.
-Eliiiiiiiiiiiiii…
-Che c’è?! Ho fatto un regalo a Whisky, non vedi che gli piace? Ci sta giocando! ribatto veloce mentre lei scuote arresa la testa guardando il cane che ci si è seduto sopra dopo avergli fatto un giro attorno.
Per un attimo, ma solo per uno, mi passa per la testa perfino l’idea di farla provare. Ma mi basta osservarla con la coda dell’occhio per cambiare idea: non sarebbe il tipo, mia sorella. Troppo buona per fare del male perfino ad una cosa inanimata.

Con le mani appiccicate di scotch e sporche di penna, prendo in mano l’ultimo libro rimasto a terra. Epica.
In prima pagina, a caratteri cubitali e circondato da una miriade di cuoricini, c’è scritto un Francesco grosso così. Che chi sarà stato, poi, sto Francesco, non me lo ricordo proprio.
Apro a caso, e inizio a leggere. Pagina 323. Come l’anno della morte di Alessandro Magno, penso ricordandomi della professoressa di Storia dell’Arte, che senza stancarsi mai lo ripeteva incessante.
Pagina 323, dunque.
A pagina 323, con un font piccolo piccolo, di quelli da perderci gli occhi, c’è scritto di quando Ulisse, ammaliato, si lascia sedurre dalla maga Circe.
Respiro forte, e rileggo. Forse, in effetti, non ho capito bene.
Ho formulato un pensiero, oggi, leggendo pagina 323. Ho pensato che mentre Penelope tesseva la tela aspettando Ulisse, Ulisse, dal canto suo, si scopava la Maga Circe, senza mezzi termini.
Lei era un’illusa. Lui un egoista. Senza mezze misure.
Possibile che in tutto questo tempo, nessuno me lo abbia mai detto?

Con un filo di tristezza, appoggio il libro sul cartone. Poi ci ripenso, e scendo di fretta le scale.
Litigo con il cane, ancora seduto sul testo di inglese.
Riesco a portarglielo via, gli lascio in cambio quello di Epica. Sembra contento.
Questo qua vale ancora di meno Whisky, facciamo un cambio. L’errore di fondo è che Penelope era donna. E questo io, non lo avevo mai capito.

Mentre guardo il mare il mio pensiero va.. alla latitudine di un’altra età,
quando ci credevo nelle favole, sempre con la testa tra le nuvole..
Sogni e desideri diventavano realtà dentro il libro della fantasia.
Era la stagione della vita in cui non c’è malinconia..

9 Settembre

•9 Settembre 2009 • Lascia un Commento

Da quando sono a dieta ho preso tre kg. Mangio di più e con più voglia, e mia nonna dice che sono anche più bella.
Da quando sono a dieta ho preso tre kg, e forse per dimagrire dovrei smetterla, sta dieta.
Ma oggi, quando m’hanno detto che eri morto, ho affondato il cucchiaio nel barattolo della Nutella, e l’ho messo in bocca tutto intero, quasi a strozzarmici.
E’ incredibile come persone che nella nostra vita sono solo controfigure ti segnino così tanto, fino a farti piangere.
Sì perchè la verità è banale.
La verità è che oggi, con quel cucchiaio di Nutella in bocca, e quei tre kg in più in corpo, ho pianto per uno che non conoscevo.
E mi è uscito il sangue dal naso, sai? Forse ho maledetto il mondo troppo forte.

A Ciccio, e alla sua allegria.
Grazie per avermi fatto ridere. Ultimamente non ci riesce più nessuno.

Trenta

•6 Settembre 2009 • Lascia un Commento

24 Dicembre 2006

Seduta sulla banchina della stazione, gambe penzoloni e sciarpa che lascia scoperti solo i capelli, aspetto il treno delle 17.36 con ansia.
Come cavolo c’avrà pensato il professore di diritto Romano a mettere l’esame il 24 di Dicembre, questo nessuno l’ha ancora capito.
Aspetto il treno delle 17.36 con ansia, il giorno della Vigilia di Natale. Fuori, solo gente impazzita per gli ultimi acquisti mancati.
Il freddo del marmo, ghiacciato, mi penetra fin dentro le ossa.
L’aria, elettrica, preannuncia la neve.
Faccio per scaldarmi le mani, stropicciandole l’una contro l’altra, quando li vedo.
Se ne stanno seduti, abbracciati, su una panchina poco distante.
Lui è un uomo sui cinquanta, brizzolato. Giacca, cravatta e cappotto pesante. Ventiquattr’ore. Bella presenza.
Lei una ventenne magrissima, con una massa incolta di lunghi capelli ricci che le coprono la schiena nuda. Mini gonna e tacchi alti, pochi centimetri di stoffa in tutto sulla sua pelle bianca. Se non fosse che sono così avvinghiati, su quella panchina, giurerei che da un momento all’altro potrebbe morire di freddo.
Sorrido e, imbarazzata, abbasso gli occhi: vedere persone così diverse amarsi in quel modo non è certo uno spettacolo da tutti i giorni.
Sorrido e, imbarazzata, abbasso gli occhi. Penso, felice, che Natale abbia fatto di nuovo la sua magia: per una volta, almeno per una, l’amore deve aver vinto sui pregiudizi.

Oblitero il biglietto e guardo l’orologio. Qualche minuto, e sarò a casa.
Poi, all’improvviso, un cellulare.
Pronto? Amore ciao….
Buona Vigilia anche a te tesoro..
Ah si? E i bambini come stanno, glieli hai già dati i regali?
Hai ragione hai ragione, il 25 è domani..
No, credo proprio di no.. prima di Capodanno non sarò a casa.

E poi quelle parole, dure come pietre.

Mi dispiace non essere lì con voi, ma non posso proprio rimandare.. Sai, ne va del futuro dell’azienda.

Ascolto delusa una conversazione che ha del ridicolo e che vorrei che finisse al più presto.
Lei, avvinghiata come un serpente ad un ramo, lo bacia sul collo.
Dall’altro capo del telefono, sua moglie.
Possibile che tu non ti sia mai accorta di niente? Guarda che è qui con un’altra. E’ con un’altra, sbrigati. Vieni giù, lascialo perdere il cenone.. Vieni giù e sputagli in un occhio. Non c’è l’azienda, non esiste. Non esiste l’azienda, mi hai sentito? C’è solo un’altra che te lo sta portando via, mi senti? Mi senti?

I vetri del treno, appannati per la troppa umidità, non lasciano vedere il mondo fuori.
Seduta e in silenzio, per una volta non ho niente da disegnarci sopra.
Poi Mauro, all’improvviso, fa squillare il mio telefono.
-Dimmi.
-Cos’hai, ti gira male pure a Natale? Non hai passato l’esame, di la verità.
-Già mi gira male.
-E te pareva.. allora richiamo quando ti gira meglio, ok?
-Ok.
Ah Mauro..
-Eh?
-Trenta. Ho preso trenta.

Ferragosto 2009

•24 Agosto 2009 • 5 Commenti

Il tam tam del mio cuore, ritmico ed accelerato come non mai, copre perfino il rumore del mare.
Se cado in acqua adesso, sai che bella figura di merda.. dico ad alta voce mentre stringo forte la mano di Semere.
Michele con gli asciugamani sottobraccio, già pieni di salsedine nonostante siamo lì solo da pochi minuti, ride divertito.
Dopo due anni ancora sta fissa c’hai? Quante volte te lo devo dire che in porto non c’è mai caduto nessuno!
Gioia intanto, seduta su un divanetto, gambe incrociate, mi fissa senza dire niente. Ferma e con fare annoiato si guarda le unghie: probabilmente sta pensando a quale smalto comperare il giorno dopo, in profumeria. Sembra quasi una Barbie riuscita male, Gioia: quell’aria di sufficienza e quel caschetto biondo platino con cinque centimetri di ricrescita scura la renderebbero antipatica a chiunque. Chiunque, tranne a Matteo.
Appoggio i cartoni delle pizze a terra, e faccio per prendere il telefono nello zaino, quando un mezzo strillo mi fa saltare.. Toglile da là Eli, altrimenti mi si sporca il pavimento..
E’ il Briatore dei poveri, Matteo. Con uno scafo da quarantamila euro sotto il culo, ripete di continuo che poi per la benzina si divide..
Qualche minuto prima, a casa sua, sorridendo (ma non troppo) tenta perfino di farmi pagare un bicchiere di Levissima.
Impiego pochi secondi per capire che quei due, insieme, avranno vita breve. Non dureranno, dico a Michele sotto voce. Lei è un’oca acida che fa finta di essere Paris Hilton, lui un morto di fame che si atteggia da ricco.
Non faccio neanche in tempo a finire la frase che, tacchi a spillo e vestitino cortissimo, Paris Hilton arriva davvero: si chiama Jessica, ha poco più di vent’anni, e va in giro come se fosse appena uscita da una passerella di moda. Togliti le scarpe, la fulmina subito Matteo.. In barca si sale scalzi.
Lei, noncurante di tutto, procede verso di me ondeggiando decisa su quei trampoli. Mi da due baci sulla guancia e mi sommerge di profumo. Piacere di conoscerti, dice solare come non mai, per poi sparire con Semere sui divanetti di prua.
Qualche metro più indietro Elisa, evidentemente salita a bordo già da qualche minuto senza che nessuno l’abbia notata, bisbiglia timida poche parole. Sono l’amica bruttina di Jessica, dice facendo l’occhiolino per poi sedersi vicino a Gioia che, come da copione, la guarda schifata.
I divanetti sono ormai tutti pronti e anche le pizze hanno trovato una sistemazione (sopra le mie gambe, così non danno fastidio a nessuno a detta di Matteo) quando gli ultimi due ritardatari arrivano con tutta la calma del pianeta addosso.
Si può sapere quanti siamo? dice Gioia scocciata.
Nove, se ci fermano i carabinieri a te ti mettiamo sottocoperta risponde Simone, prendendo quel po’ di coraggio che non ha mai avuto in tutta la sua vita.
E così ci ritroviamo in mezzo al mare, con tanta pizza e nausea in corpo, a mangiare, a ridere e a dire stupidaggini.
Nove persone che non si conoscono, a trascorrere insieme la giornata più calda dell’anno.

Lo scafo di Matteo sfreccia verso Porto Recanati più veloce che mai. Con il cappuccio infilato e gli occhi chiusi, mi tengo stretta alle ringhiere pregando Dio di non farci rovesciare. Penso troppo forte, evidentemente, perchè poco dopo Michele si avvicina e mi prende la mano. Le barche non si rovesciano, dice ridendo.. stai tranquilla.
I fuochi in mezzo al mare, all’improvviso, si accendono decisi davanti ad una platea folle e silenziosa.
Il cielo, nero come la pece, si illumina di uno strano pallore.
Restiamo così, incantati davanti a quello spettacolo magico, a sognare nove mondi diversi.
Jessica, in quei fuochi, vede solo l’ultima vetrina della boutique in centro. Semere, invece, pensa a come poterla rimorchiare senza troppi coinvolgimenti.
Elisa guarda silenziosa quelle luci accendersi e spegnersi. Il giorno dopo dovrà inventare una scusa credibile per aver dato buca a Sabrina: meglio farsi venire un’idea al più presto.
Matteo intanto, con in bocca un pezzo di pizza avanzato, giurerei che stia facendo il conto della benzina.
Gabriele ha in mente solo l’ultima canna accesa. Simone, quella che non avrà mai il coraggio di accendere.
Michele, ancora bagnato per il tuffo di poco prima, fa una stima di quanto possano essere costati al comune di Porto Recanati tre quarti d’ora di fuochi.
Seduta, con la testa fuori dalla barca, io. 
A godermi quella assurda magia passeggera, in cui pensieri e parole sono di troppo; in cui a parlare, per una volta, sono solo le immagini.
Restiamo così, incantati davanti a quello spettacolo magico, a sognare nove mondi diversi.
Otto, forse: Gioia non ha sogni, guarda solo l’orologio.