Colesterolo 214

•27 gennaio 2010 • Lascia un commento

Da quando le analisi hanno rivelato senza mezzi termini che ho il colesterolo alto, guardo più tv.
Se ne sta proprio là, il tapisroulant, piazzato davanti alla mia Philips del 1980, che tra un po’ dovrà cedere il passo ad un enorme schermo al plasma, con incorporato dentro il digitale terrestre.
Lo hanno detto qualche minuto fa, ho sentito bene. Se compri la tv nuova, il digitale è gratis.
E per una come me, che la tv la accende solo in punto di morte, che il digitale te lo regalino è una rottura di scatole di meno, penso mentre cammino svelta su quel cavolo di tappeto.

Non ce l’ho, io, la laurea in medicina.
Non ce l’ho, la laurea, eppure lo sapevo benissimo, del mio colesterolo.
Mangio tanta cioccolata, ultimamente.
Mangio tanta cioccolata, perchè mi fa stare bene, e stare bene mi fa sentire leggera anche se ingrasso.

Vaffanculo a te, e a tutte le tue cene aziendali.
Se ho il colesterolo alto, in fondo, è tutta colpa tua. Tua, e delle tue amichette dell’ufficio.
La prossima volta che entri senza di me in una pizzeria ti sputo in un occhio, fosse l’ultima cosa che faccio.
Devo per forza mangiare cioccolata, se mi pianti qui ogni maledetta sera, e il sabato te ne vai a vedere la Juventus. Finiremo al punto che, per vederci, dovrò prendere appuntamento con la tua segretaria, semmai ne avrai una.
Devo per forza. O mangio cioccolata, o ti lascio. Solo che questo le analisi del sangue non lo dicono. Dicono solo colesterolo 214. Punto.
Non “colesterolo 214, ma per colpa altrui”. No. Solo colesterolo, e poi 214.

Apro un pacco di PanDiStelle, e mando giù un paio di biscotti, quasi interi.
Penso a quando sopra a quel tappeto ci camminavo in previsione di entrare nel mio abito da sposa.
Un biscotto ancora, l’ultimo stavolta.

Che poi, sai, stasera non ce l’ho neanche più tutta questa voglia di sposarti.

21 Gennaio (giorno più, giorno meno)

•22 gennaio 2010 • Lascia un commento

La testa bagnata, zuppa di idee, puzza di quella fastidiosa crema ristrutturante messa poco prima. Questa giornata casalinga, fatta di pantofole e thè alla vaniglia, non vuole saperne di finire.
Inseguita da libri, numeri e parole, mi ripeto incessante che quando stai così male da non aver neanche la forza di alzarti dal letto, ed andare al pronto soccorso, allora non ti resta che ripetere l’esame di diritto Commerciale come si fa con il Padre Nostro, e sperare che l’ora di andare a dormire arrivi prima possibile. (E che tu possa infilarti sotto le tue coperte rosa shoking senza che il cuore continui a battere il suo tam tam a quel ritmo da galera).

L’antidolorifico fa un eclatante tuffo nel bicchiere pieno d’acqua. Impeccabile perpendicolarità. Se fosse stata un’Olimpiade, un 9.50 non glielo avrebbe tolto nessuno.

Guardo mia madre che mi toglie il quaderno degli appunti dalle mani.

Adesso ti riposi tesoro. Non voglio sentire storie.

Con la mano sul cuore, ascolto quella strana musica rap che mi viene da dentro.

Le mani di mia madre, sui capelli, mi calmano.

Profumano di Vaniglia Ely, che buon odore..

E’ il thè mamma. E’ il thè, non i capelli. I capelli puzzano di crema.

Ma, questo, non faccio in tempo a dirglielo.

I miei occhi cedono, e io con loro.

Ricordo solo la sua voce e il suo maglione.

Era Liu Jo.

Cecilia

•15 gennaio 2010 • 4 commenti

Cecilia ha due manine piccole così, chiuse strette strette a pugno, come se stesse sull’attenti. Che se fossero di zucchero, a costo di prendere il diabete, te le mangeresti senza pensarci su.
Respira piano senza far rumore, ma non ha la più pallida idea di chi sia Vasco Rossi. Piange ad un ritmo meravigliosamente andante, ma non conosce musica.
Apre gli occhi ogni tanto, e ride. Poi li richiude lenta, e torna nel suo mondo d’ovatta.
A proposito, cosa vedi quando sogni?
E’ l’eccezione alla regola, Cecilia. La fontana in fondo al viale, che vedi all’improvviso sotto il sole di ferragosto, quando ormai non ci speravi più.
E’ lo schiaffo morale al tumore al cervello di Scoglio, presentatosi appena pochi giorni dopo l’inizio del 2010, quando ormai stai già pensando che anche quest’anno non ti riserverà niente di buono.
Deve per forza essere lei, il regalo del nuovo anno, ripresosi dopo una brusca caduta. Senza fiocco nè carta regalo, ma deve essere lei.

Infilo i guanti e avvolgo la sciarpa di lana spessa fin sopra al naso. La Yaris, ferma ormai da quasi un’ora davanti all’ospedale, è fredda come se l’avessi parcheggiata al Polo.
Respiro e penso lenta a come deve essere avere un bambino. L’aria, gelida, probabilmente mi sta congelando anche gli ultimi neuroni rimasti in vita.
Respiro e penso a lei. A come deve essere avere una Cecilia, che piange di continuo e non ti fa chiudere occhio la notte.
Che poi, visti i miei standard di sonno, nei miei confronti, in fondo, non farebbe neanche tanti danni.

Penso a Scoglio e a Cecilia.
A quando abbiamo fatto l’amore nella vasca da bagno dell’albergo, il primo dell’anno. Quella fantastica vasca col la luce blu, che appena ci entri dentro, ti sembra di essere nel set di un film. A quanto ho desiderato forte che le cose migliorassero, mentre l’acqua mi scorreva calda addosso, ustionandomi la pelle.
Devi avermi ascoltata solo a metà evidentemente Dio.

Grazie.
Io m’accontentavo anche d’un quarto.

Benvenuto, raggio di sole, 
in questa terra di terra e sassi…

Ti vorrei sollevare

•26 novembre 2009 • 3 commenti

Devi farmi male, la musica.
Deve per forza farmi male, altra spiegazione plausibile a questo punto non c’è, ormai è chiaro.
M’è arrivata addosso come una sassata, quella canzone. Come una sassata in pieno viso, dopo che ti sei truccata per due ore e pensi che niente ti potrà portare via la tua maschera di fondotinta e phard.
L’ho sempre saputo, che il mondo dà un’impressione diversa quando alzi il sonoro. Che i bisbigli, quelli sussurrati negli angoli nascosti, prendono pieno ritmo se gli dai voce e li fai uscir fuori.
L’ho sempre saputo, evidentemente. Ma, forse, non c’ero preparata.
E per una che, come me, tiene lo stereo al massimo e balla a piedi scalzi sul pavimento freddo, non c’è stato niente da festeggiare.

M’è tornato in mente di quella cena, un anno fa.
Seduti in venti intorno a quel tavolino, con a destra Michele e a sinistra Stefano. Doveva già risuonarmi nella testa, quella canzone, anche se non esisteva ancora.
Doveva già risuonarmi nella testa, perchè oggi, ascoltandola, ho pianto proprio come allora, chiusa nel bagno e pregando Dio di tornare a casa il più presto possibile.
Una margherita senza mozzarella io, un filetto di angus Emanuela.
Michele la solita pizza con la bresaola, Simone sbrancia e prende una fiorentina.
Roberto, nonostante abbia chiesto a Pamela di scegliere per lui, boccia puntualmente ogni sua proposta.
Si parla di pallavolo, di appezzamenti di terra da comprare in Venezuela, di immigrazione clandestina.
Alessandro, probabilmente, andrà a giocare a Montichiari. Hoberta, invece, pensa solo al suo Brasile.
Poi, all’improvviso, quella frase, dritta dritta su di lui.. Ma se lo sanno tutti, che sabato scorso hai passato un’ora a fissare la tua ex.. Me lo ha detto Penny, lo dicevano tutti.
Deglutisco, a fatica, un pezzo di pizza che non vuole andare nè giù nè su. Lo vomiterei nel piatto se potessi, ma se ne sta lì, fermo nella mia gola, e non vuole muoversi.
Torno velocemente indietro di una settimana, a quando mi tenevi abbracciata davanti a quel locale. A tutti i miei sono stanca, andiamo a casa. Ai tuoi sono stanco pure io, ma la macchina ce l’ha Daniele.
Penso a te, a quanto mi tenevi stretta per non farmi sentire freddo. Possibile che abbracciavi me e guardavi lei?
Lei che per forza doveva essere più bella, più magra, più intelligente, più truccata (o forse meno?), più ricca, più carina, più tutto.
Sicuramente era meglio, lei, vero? Vero? Mi rispondi, mi rispondi Cristo?

Si fa dolorante, la mia gola, come quando stai per piangere e non vuoi.
Mi alzo e vado in bagno, mentre tutti ridono per l’ennesima stronzata detta da Roberto, che sostiene di essere il più bel ragazzo del pianeta.
Appoggiata con la mano alle piastrelle bianche, piango così tanto che le lacrime mi sporcano di mascara gli stivali in cuoio.
Mi avvicino allo specchio, mi guardo.
Con un viso così, deve per forza aver guardato un’altra.. Guarda che faccia che c’hai..
Mi siedo di nuovo al mio posto, cinque minuti dopo. Con qualche chilo di cipria in più attorno agli occhi, e qualche litro di meno di acqua in corpo.
Eli, ma che stai male? sussurra Michele, che non ha capito niente.
Uomini.
No, non sto male, zitto.
Ma stai male? Che è successo?
No, non sto male, zitto. Zitto. Lo capisci cosa vuol dire zitto? Ecco, zitto.

Stefano, nel frattempo, mi guarda.
Giralo il menù Eli, se lo leggi sottosopra poi s’accorgono.. mi dice con la sua solita dolcezza.
Sorrido ammiccando con la testa. L’unica cosa bella della serata, Stefano.
Non è sicuramente vero, continua incalzante. Roberto delira. Se stava con te, pensava a te, non dargli retta.
Senza consultarmi per niente, poi, ordina due tiramisù. Almeno eviti di parlare, ma smetti di piangere, con quegli occhi lucidi non ti si può vedere, dice dopo avermi dato un pizzicotto.

Litighiamo, furiosamente, sul parcheggio del bar.
O forse io strillo e tu cerchi di calmarmi.
Pensavo stessi male Ely, non che te la fossi presa per quella stronzata, ancora gli dai retta quando parla?
….
Ma se sono due anni che non la vedo!
….
Ma poi lui che ne sa, che neanche c’era?
….
Ho pure cancellato il numero, se volevo la chiamavo no?

Non l’ho mai capito se lei sia più bella, più magra, più intelligente, più truccata, più ricca, più carina, più tutto. Non l’ho mai capito perchè non l’ho mai vista e, perchè, in fondo, non m’è mai interessato più di tanto.
Ma stamattina, sentendo quella canzone, poi ho pianto lo stesso. 
Per quanto sono stata stupida quella sera, per aver permesso a uno che non ne sapeva niente di distruggermi.

Alzo lo stereo a tutto volume, mi tolgo i calzini e ballo.
Il pavimento sporco di mascara, tanto, si può pulire.
Gli stivali, invece, li ho buttati.

Mi hai lasciato senza parole
come una primavera
e questo è un raggio di luce
un pensiero che si riempe
di te

Pregasi non spostare niente, opera d’arte in corso

•21 novembre 2009 • 5 commenti

Per quanto io la Fisica l’abbia sempre capita  poco, una cosa sembra essersi stampata nel mio cervello in modo indelebile. Se ne sta lì, da qualche anno, e torna a galla nei momenti più impensati.
Ero in camera, ieri sera. Ero in camera quando sarei già dovuta essere in pizzeria da almeno mezz’ora.
La gonna no perchè è freddo, il foulard si macchia, i pantaloni sono troppo neri, i jeans troppo jeans, le ballerine troppo eleganti. I cerchietti non vanno più di moda, la sciarpa è da vecchi, la felpa.. cavolo ma ho ancora sta felpa? Devo ricordarmi di metterla nell’humana, domani.
Devo aver pensato questo, dritta come un palo davanti allo specchio, pronta a scartare qualsiasi cosa, e a riposizionarla, in perfetto disordine, sopra al letto.
Lo aveva detto senza mezzi termini, in fondo, la professoressa.
La seconda legge della termodinamica dice che tutto tende al caos, perchè tutto tende ad impiegare la minor quantità di energia possibile. Rimanere in uno stato di ordine, in pratica, sarebbe troppo dispendioso.
E mi sono ricordata di quando si era permessa di dirmi che io, la termodinamica, non la capivo proprio.
Che non capivo la termodinamica, io.
Io, proprio io che nel mio disordine ci vivo, e ci vivo bene. Che lego i capelli con la matita e mi infilo le mutande al contrario, perchè ancora penso che porti fortuna.
Io che sul comodino ho una pila di libri scelti tutti in base alla copertina, e una manciata di orecchini spaiati sparsi qua e là. Io, che quando apro l’armadio di Rossana inorridisco nel vedere che tutto è sistemato in ordine di colore, che verso il latte sempre fuori dalla tazza, e che la maggiorparte delle volte riesco quasi a strozzarmi mettendomi una sciarpa.
Come si può? Come? Come hai fatto a dirmi che non capivo la termodinamica, pezzo di una scema? Tu e il tuo registro perfetto, tu e i tuoi capelli, perfetti anche quelli. Mai una sbavatura di rossetto, mai un’assenza in cinque anni, mai nulla fuori dalle righe.
Come fai, tu, a venire a dire a me che non capisco cosa sia lo stato di disordine di un sistema, quando il sistema sono sempre stata io, eh?

Gonna a vita alta, e camicetta bianca, spengo la luce e faccio di fretta le scale. Cinquanta minuti di ritardo, in fondo, non è il migliore dei miei record.
Quando torno a casa, la pila di panni è ancora lì sul mio letto, proprio come l’avevo lasciata. Levo il pezzo di carta infilzato sulla matita a mo’ di cartello, e lo appiccico con una pallina di patafix sulla porta. “Pregasi non spostare niente, opera d’arte in corso”. 

Figaro

•12 novembre 2009 • 3 commenti

Ha un anno, Figaro, e ad un anno cammina già dritto dritto come un Lord inglese. Non inciampa mai, mai una volta che perda l’equilibrio. Perfettamente a suo agio in ogni situazione, se ne va in giro come se si trovasse alla corte della regina d’Inghilterra.
Il pelo rosso pettinato all’indietro profuma di Chanel Allure. Il collarino, in cuoio, sembra non dargli fastidio.
Vive in un castello, Figaro. Un castello rosa, di quelli che solo nelle fiabe se ne vedono, che si trova proprio sotto al mio lettino.
Con dieci camere, le cucine, la sala da ballo e perfino le segrete.
Non caccia topi e non beve latte, Figaro. Mangia solo cose rosa, e studia Filosofia per la maggiorparte del tempo.
Viaggia, cucina ricette light e parla francese molto meglio di quanto non faccia un parigino stesso.
E va a teatro alla Scala di Milano guidando una Mito rosso fuoco, perchè prendere il treno un po’ lo annoia.
Chiama il taxi come Audrey, mettendosi le zampe nella bocca, e fischiando più forte che può. Ed è goloso di frappè, ma solo se alla Fragola.
Prenota viaggi on line, organizza mostre, gioca a Poker.
E’ un gatto d’altri tempi, Figaro. Uno di quelli che solo in pochi hanno la fortuna di incontrare.
Me ne stavo in lacrime davanti alla stufa, la prima volta che l’ho visto. In lacrime e pigiama, pregando Dio che i miei tornassero al più presto.
Mi si è avvicinato, con aria charmante, porgendomi due tartine ai carciofi appena fatte.
E, da allora, non mi ha più lasciata.
C’era il giorno in cui mio padre stava per morire, e il giorno in cui Alessandra se ne è andata all’università.
Era lì con me, quando il terremoto sembrava che volesse buttar giù casa (e il suo castello), e quando le stanze risuonavano così a vuoto che il silenzio avrebbe spaventato perfino i fantasmi.
Figaro che inaugura un centro benessere, Figaro che apre un account su Facebook, Figaro che compra una maglietta in cashmere, perchè pensa che la lana della Benetton sia di qualità scadente.
Di continuo, nella mia testa, sempre lui. Il protagonista di nuove storie, di nuove fantasie, di nuovi deliri che nessuno con un po’ di sale nella zucca potrebbe capire.
Quando sei sempre sola tutto il giorno, se non inventi qualcosa poi muori, questo è sicuro.
E visto che un gatto in casa fa troppi danni, Elisabetta, ho pensato che se lo avessi avuto in testa, il gatto, al massimo l’unico danno che avrebbe potuto fare sarebbe stato quello di essere scambiata per una folle.
Ma se mi chiedete di salutarvelo, beh, per ora non vi posso accontentare. Il suo cellulare, dall’altro lato del mondo, non prende.
Ma ha promesso di riportarmi l’autografo di Jhonny Depp, quando tornerà dal set di Pirati dei Caraibi.. Qualcuno che vuole favorire?

Miss chocolate

•5 ottobre 2009 • 7 commenti

Sono cioccolata-dipendente, deve essere per forza così.
Ho mangiato nell’ordine, e senza sentirmi affatto in colpa, un Kinder Cereali, mezzo barattolo di gelato al bacio, una stecca di Loacker alla nocciola, un frappè alla Nutella, un altro Kinder Cereali, e tre Abbracci del Mulino Bianco (dando al cane la parte chiara).
Sono cioccolata dipendente, altre spiegazioni non le accetto.
Nessun essere umano in condizioni psicologiche normali sarebbe capace di mandare giù cinquemila calorie in meno di mezza giornata.
Non è perchè mia sorella è partita, né perchè l’esame di diritto commerciale è di una pesantezza unica.
E non c’entra niente nemmeno il fatto che non ti vedo da due giorni.
La colpa non è di nonna che mi strilla contro di continuo che di lei non me ne frega niente.
E neanche del tizio di Infostrada, che m’ha tenuto due ore al telefono per convincermi a disdire il canone Telecom.
Non è di nessuno, la colpa.
Il mondo, fuori, probabilmente gira bene. Sono io che cammino sempre nel verso sbagliato.

27 Settembre, due anni dopo

•27 settembre 2009 • 4 commenti

27 Settembre, anno del Signore 2007.
In ritardo come al solito, esco di casa alle 21.30 con la luna che pende storta sopra la mia testa già dalla mattina.
La Yaris ha da poco compiuto un anno. La giacca Benetton di mia madre, in lanacotta nera, è meno calda di quanto pensassi per quell’autunno arrivato troppo presto.
Alla radio, solo interventi sulla morte di Pavarotti.

Guido piano sulla strada vuota, il 27 Settembre di due anni fa.
Direzione parcheggio del Sosty, nella mia mente solo le urla disperate di mia sorella.
Smettitela con questa storia Elisabetta.. O giuro che nel 2008 me ne vado in vacanza.
Pronuncia il mio nome per intero, mia sorella, scandendo sillaba per sillaba.
E-LI-SA-BET-TA. Deve aver detto proprio così. Elisabetta.
Eccomi qua. Sono io, sono io Elisabetta. Mea culpa.
Io quella che pronuncia discorsi insensati, io quella che fa di tutta l’erba un fascio, io quella con un carattere difficile da capire, forse troppo banale.
Ma nessun Pesci vede mai le sfumature: o è bianco o è nero. O ama o odia. E il 27 Settembre, io, l’ho sempre odiato.
Ci ho messo sopra una X grossa così, dopo che Valentina se ne era andata per quello che doveva essere l’amore della sua vita, e che invece era durato meno di una stagione di Grey’s Anatomy.
27 Settembre, il giorno del suo compleanno.
Ma quando dieci anni di amicizia vengono buttati dalla finestra in qualche secondo, succeda quel che succeda, ti senti comunque parte integrante di un fallimento. E reagisci (male).
C’era qualcosa che non andava, evidentemente.
C’era qualcosa che non andava, tra me e te, Vale. 
Possibile che io non l’abbia mai capito?
Possibile che una controfigura mi abbia rimpiazzato senza diritto di replica, eh?

27 Settembre 2007.
Appoggiato alla portiera della macchina, un ragazzo con una Lacoste nera spegne una sigaretta buttandola a terra, e ci pista sopra.
Nel mio telefono, solo chiamate perse del mio ex.
Nella mia testa, solo Valentina, e il giorno del suo compleanno.
Sorrido divertita, pensando che da quel giorno, non potrà mai venir fuori niente di buono.
Sorrido divertita e  decido di fidarmi di quello che sarà l’ennesimo dei fallimenti.
Chiudo la Yaris.
Faccio due passi.
Torno indietro.
La riapro: ho dimenticato la borsa.
Chiudo di nuovo. Cammino decisa.

Piacere, Michele.

Per tutte le volte che mi hai fatto ridere. E per quelle (poche) in cui mi hai fatto piangere.
Per ogni insicurezza ascoltata, ogni problema capito, ogni dubbio risolto.
Per i panini al Mc Donald’s la domenica mattina, e per tutti i succhi di frutta di mia madre, mandati giù a fatica per non essere scortese.
Per le migliaia di canzoni di Ligabue che mi hai cantato, anche quando la gola non ti reggeva più. E per il mio pc, aggiustato senza mai un lamento, anche quando i tuoi occhi erano stremati dopo una settimana di lavoro.
Per quelle telefonate, lunghe ore, a parlare di Winx e di Juventus.
Per tutti i sono grassa, sono brutta, sono scema, ascoltati e poi riposti nel cassetto.
Per ogni volta che mi hai sorriso, anche quando c’era poco da stare allegri. Per ogni volta che mi hai abbracciato, quando avrei voluto volare via lontano.
Per tutti i negozi di Swarovski in cui ti ho fatto entrare, e i discorsi sul punto croce che hai cercato di comprendere.
Per ogni volta che hai guardato film al posto mio, dicendomi quando potevo aprire gli occhi. E per tutti i cartoni animati, in cui non hai trovato un senso logico, che abbiamo visto abbracciati sul tuo letto.
Per i minuti di ritardo, tutti miei, ad aspettarmi davanti al bar.
Per tutte le volte in cui ti sei fidato, anche quando non capivi.
Per non avermi lasciato neanche un secondo, quando mio padre stava per morire. E per essere restato ad ascoltarmi, quando urlavo che se fosse morto saremmo stati tutti meglio.
Perchè non te la prendi se non so mangiare senza sporcarmi, se non so stare seria più di cinque minuti, se passo ore a parlare di amici immaginari.

Per ogni volta che mi hai teso la mano, perchè avevo paura di cadere.
E per ogni volta che mi hai rialzato, quando ero già finita a terra.
Per questi due anni insieme, amore mio. Grazie. Di tutto.
Eli

Anna Glamour Style

•22 settembre 2009 • 3 commenti

L’altro giorno ho tagliato i capelli.
Mi sono alzata, ho rifatto il letto, ed ho mangiato gli ultimi tre Ringo al cioccolato della confezione.
Poi, sfogliando Glamour in attesa che mi venisse voglia di aprire il libro di Diritto Commerciale, ho concluso che Paris Hilton, in fondo, non aveva tutti i torti.
Meglio cambiare.

Il salone di Anna profuma di essenza alla vaniglia.
Intensa, forte, malinconica vaniglia. La senti da quando spingi leggera il portone, pregando Dio di farti uscire di là nel minor numero di ore possibili.
Ma quando Anna, avvolta in un vestito fucsia che lascia scoperte solo le caviglie grasse, ti apre la porta ondeggiando sopra dieci centimetri di scarpe col tacco e ti abbraccia, sai già che dovrai prenderti il pomeriggio libero. Nessuna parucchiera andrebbe mai conciata in quel modo, se si limitasse solo a fare i capelli.
Mi guarda e mi dice che sono dimagrita, Anna.
Nego.
Insiste.
Nego ancora.
Tesoro.. Guarda che ti peso! risponde sorridente piazzando una bilancia a forma di cuore al centro del negozio.. Sali.
Sessantadue,
dico divertita guardando l’ultima trovata di quella donna che potrebbe essere l’attrice protagonista di uno dei film di Verdone: proprio vicino a quei numeri, la scritta “Anna Glamour Style” spadroneggia a caratteri cubitali.
Bene bene, sessantadue.. quindi sei dimagrita vedi! Poi una pausa. A proposito quanto pesavi?
Passano ben cinquanta minuti prima che io riesca a sedermi davanti a uno specchio. Le ultime novità del salone hanno la precedenza su ogni cosa, perfino sui capelli.
Così cammino davanti a una parete nera riempita di vetri rotti che porta dritta dritta ad una vetrina di bracciali, collane, e roba che brilla.
Mi provo tutti gli ultimi smalti, un colore per unghia.
Guardo la nuova poltrona lavatesta che ti massaggia la schiena, e il fornetto a microonde che non cucina ma scalda coperte per le clienti freddolose.
Sfoglio veloce un album di foto che la raffigura e che sembra non finire mai.
Rimedio anche un invito a cena da una sconosciuta, ma declino gentilmente.
Poi, stremata, mi siedo.

Continua a parlare Anna. Mentre le sue assistenti hanno già mandato a casa la bellezza di dieci persone, lei è ferma ancora a quota zero.
Racconta della festa con il presidente della provincia, mentre mi taglia i capelli asciutti. (Possibile che non se ne sia accorta?)
Tenta di farmi comprare una maglia con una miriade di swarovski che pubblicizza il suo salone. Sai.. quest’anno va tanto, dice seria come se stesse guardando l’ultimo abito di Kenzo.
Mi chiede se voglio farle da modella per un calendario. Rido. Rido di gusto, come non ridevo da anni. Se accettasi, visti i suoi tempi, dovrei passare le prossime tre vite a fare foto. Rifiuto.

Esco alle quattro, dal salone di Anna.
Con un nuovo taglio, un nuovo colore, una nuova collana, e perfino un nuovo umore. Quei discorsi sul niente mi hanno messo allegria.
Proprio vicino alla Yaris, nel caos di un qualunque pomeriggio in Via Roma, incontro mio cugino.
-Ciao Lory.. come stai? dico facendogli un cenno con la mano.
-Io bene. Tu piuttosto.. Da quando vai in giro con uno smalto di dieci colori diversi? risponde lui, divertito per la scena, alludendo alle mie unghie.
Arrossisco, e scoppio a ridere. Tra tutta quelle parole, Anna deve aver scordato il significato del termine acetone.

Pagina 323

•17 settembre 2009 • 3 commenti

Biblioteca di casa mia, nove di mattina.
Scotch in mano e block notes poggiato a terra, faccio l’inventario di tutti i libri che ho studiato e che non voglio più vedere in giro.
Anno dopo anno, pagina dopo pagina, impilo ogni volume in religioso silenzio. Da quando ho deciso di diventare ordinata, cancellare la scuola dai miei ricordi è diventata la priorità.
Italiano nello scatolone insieme a Filosofia, Matematica e Fisica direttamente nella carta da riciclare.
Visto mai che un giorno queste pagine verranno trasformate in qualcosa di utile, dico a mia sorella che ride divertita.
Ramazzotti, al mio pc, canta a piena voce una canzone che mi ha sempre fatto impazzire.
Ti va di farci dei cuori con gli appunti di chimica? dico ad Alessandra che mi guarda con un espressione a metà tra lo sconcerto e l’allegria.
Perfino i suoi occhi dolci, per un attimo, si illuminano di un po’ di trasgressione.
Prova, le dico strappando la prima pagina. E’ liberatorio, t’assicuro.
Sedute sul cotto, tra milioni di nozioni che abbiamo scordato, ed altrettante che non immaginiamo neanche di ricordare, facciamo volare una ventina di aeroplanini.

Siamo ancora lì, due ore dopo, alle prese con immagini passate che si succedono incessanti l’una dietro l’altra.
Una frase scritta a matita a bordo pagina. Un disegno sbiadito. Una margherita senza due petali nel vocabolario di Latino.
Religione nello scatolone, i testi sacri non si buttano, dice lei.
Inglese e quella stronza della professoressa, invece, possono andarsene direttamente a quel paese strillo io correndo verso la terrazza. Pochi secondi, e il suo maledetto enghish book vola dritto dritto sul prato di casa mia.
-Eliiiiiiiiiiiiii…
-Che c’è?! Ho fatto un regalo a Whisky, non vedi che gli piace? Ci sta giocando! ribatto veloce mentre lei scuote arresa la testa guardando il cane che ci si è seduto sopra dopo avergli fatto un giro attorno.
Per un attimo, ma solo per uno, mi passa per la testa perfino l’idea di farla provare. Ma mi basta osservarla con la coda dell’occhio per cambiare idea: non sarebbe il tipo, mia sorella. Troppo buona per fare del male perfino ad una cosa inanimata.

Con le mani appiccicate di scotch e sporche di penna, prendo in mano l’ultimo libro rimasto a terra. Epica.
In prima pagina, a caratteri cubitali e circondato da una miriade di cuoricini, c’è scritto un Francesco grosso così. Che chi sarà stato, poi, sto Francesco, non me lo ricordo proprio.
Apro a caso, e inizio a leggere. Pagina 323. Come l’anno della morte di Alessandro Magno, penso ricordandomi della professoressa di Storia dell’Arte, che senza stancarsi mai lo ripeteva incessante.
Pagina 323, dunque.
A pagina 323, con un font piccolo piccolo, di quelli da perderci gli occhi, c’è scritto di quando Ulisse, ammaliato, si lascia sedurre dalla maga Circe.
Respiro forte, e rileggo. Forse, in effetti, non ho capito bene.
Ho formulato un pensiero, oggi, leggendo pagina 323. Ho pensato che mentre Penelope tesseva la tela aspettando Ulisse, Ulisse, dal canto suo, si scopava la Maga Circe, senza mezzi termini.
Lei era un’illusa. Lui un egoista. Senza mezze misure.
Possibile che in tutto questo tempo, nessuno me lo abbia mai detto?

Con un filo di tristezza, appoggio il libro sul cartone. Poi ci ripenso, e scendo di fretta le scale.
Litigo con il cane, ancora seduto sul testo di inglese.
Riesco a portarglielo via, gli lascio in cambio quello di Epica. Sembra contento.
Questo qua vale ancora di meno Whisky, facciamo un cambio. L’errore di fondo è che Penelope era donna. E questo io, non lo avevo mai capito.

Mentre guardo il mare il mio pensiero va.. alla latitudine di un’altra età,
quando ci credevo nelle favole, sempre con la testa tra le nuvole..
Sogni e desideri diventavano realtà dentro il libro della fantasia.
Era la stagione della vita in cui non c’è malinconia..